Engagement Filter, cos’è e come funziona

Data di pubblicazione: 17-3-2015

Engagement Filter, cos’è e come funziona - EMT Blog best practice e consigli sul direct email marketing

Le evoluzioni tecnologiche degli ultimi anni hanno portato ad una vera e propria rivoluzione nel mondo dell’email marketing. I maggiori provider mondiali di posta elettronica, nella costante ricerca di fornire il miglior servizio possibile ai loro utenti e consci della difficoltà di filtrare correttamente le email legittime da quello che è spam, hanno sviluppato e messo in atto negli ultimi tre anni un concetto di filtraggio dei contenuti evoluto.

Non si parla più di un filtraggio basato unicamente sulle blacklist e sull’analisi semantica del contenuto delle email, ma di un filtraggio user based. O meglio di un filtraggio statistico fondato sulle scelte effettuate dagli utenti.

Primo fra tutti Google, e a seguire Yahoo e Microsoft (Hotmail), hanno implementato motori statistici che analizzano le azioni dei loro utenti, le loro scelte e i loro comportamenti per applicarli in maniera statistica al flusso di email in ingresso sui loro account.

Il flusso di filtraggio delle email si è quindi evoluto da due a tre stadi:

–                 blacklisting check;

–                 semantic content check;

–                 engagement/reputational check.

I primi due step sono quelli oramai in uso da anni: il primo basato sulla “qualità” del server mittente che determina l’accettazione o meno dell’email da parte del server ricevente; il secondo su determinate regole di analisi del contenuto dell’email che ne determina il mark come spam o meno.

Il punto chiave è analizzare il terzo passaggio, determinante per il recapito nella inbox dell’utente o nella cartella dello spam.

Ma cos’è e come funziona l’Engagement filtering?

In parole povere è un “contatore” che analizza se una determinata email viene considerata utile o inutile dall’utente.

Supponiamo che io abbia appena registrato una casella postale su Gmail e facciamo finta che io sia l’unico utente di Gmail. Dopo qualche giorno di utilizzo della cassetta postale, mi iscrivo a un servizio su internet che mi interessa, ricevo l’email di conferma iscrizione nella mia inbox, la apro e clicco sul link di conferma. Al compiere di questa azione l’Engagement filter assegna uno score +1 a quell’email (indirizzo mittente, dominio e tipo di contenuto). Dopo una settimana ricevo la prima newsletter da quel servizio a cui mi ero iscritto, l’Engagement filter vede che il mittente ha uno score positivo e “immagina” che quel contenuto mi interessi quindi recapita l’email nella mia inbox. Io vedo quell’email ed essendo effettivamente interessato la apro, visualizzo le immagini e clicco su un link contenuto nell’email. L’Engagement filter rileva questa mia attività e il fatto che io abbia letto e aperto un link contenuto nell’email determina l’aggiunta di un altro +1. La settimana successiva arriva una nuova newsletter, viene recapitata immediatamente nella mia inbox, in quanto l’Engagement filter sa che sono interessato a quella email. Io però vedo che l’oggetto dell’email non dice niente di interessante e quindi non la apro nemmeno e la cancello. Questa azione per l’Engagement filter rappresenta disinteresse, quindi va a inserire un -1 allo score che ora si trova nella posizione di avere solo un +1. Niente di preoccupante, la newsletter successiva verrà comunque recapitata nella inbox, in quanto il mittente è ancora considerato valido. Ma cosa succederebbe se continuassi a ignorare e a cancellare le successive newsletter? Succederebbe che un po’ per volta l’engagement score di quell’email verrebbe azzerato e passerebbe a un punteggio negativo, il che significa che l’utente non è più interessato a quelle email. Quindi verrebbe recapitata direttamente nella cartella spam. Spingendo il meccanismo all’estremo, una costante valutazione negativa dell’utente verso quell’email potrebbe comportare addirittura il non recapito dell’email, nemmeno nella cartella spam. Questo è grossomodo il funzionamento dell’Engagement filter.

Per quanto possiamo essere legittimamente autorizzati a inviare email a quell’utente e applicare tutte le best practices, l’ingresso o meno in inbox è legato all’interesse dell’utente verso le nostre email.

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